CALCIATORI E RAMADAN

Il caso Laazar, riapre la questione. Calcio e Ramadan sono inconciliabili?
su twitter @gvchifari
21.07.2014 22:37 di Giovanni Chifari   Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
CALCIATORI E RAMADAN

Il “caso” Lazaar e le recenti dichiarazioni di Iachini riaprono il dibattito sul rapporto tra calciatori e Ramadan. “Se non mangi e non bevi, fare due sedute al giorno diventa difficile”. Sono queste le parole del mister nella prima conferenza stampa dalla sede del ritiro di Bad. Lazaar, attualmente infortunato, sta recuperando gradualmente la condizione migliore. Il giovane calciatore marocchino come diversi suoi colleghi in questo periodo è impegnato nella pratica religiosa del Ramadan. Si tratta di uno dei cinque pilastri della religione musulmana. Per tutto il periodo (che varia ogni anno in base alle fasi lunari, un po come varia la nostra Pasqua) digiuno, senza mangiare, né bere dall’alba al tramonto. Un tema sollevato già ai mondiali brasiliani da squadre come l’Algeria e anche da singoli calciatori di altre compagini, come i tedeschi Ozil, Khedira e Mustafi  o i francesi Benzema, Pogba, Sissoko, Sakho oppure il belga Fellaini. In genere il criterio utilizzato è stato quello della libertà di coscienza, lasciando a ogni calciatore la possibilità di scegliere se aderire o meno ai precetti religiosi. Almeno sembra questa la linea scelta dall’Algeria. Invece sia tedeschi sia francesi hanno preferito posticipare la prassi ramadanica a dopo il Mondiale. Troppo calde le temperature brasiliane in quel periodo e alto rischio disidratazione. Ora adesso nella ventilata Bad certamente le condizioni climatiche sono più favorevoli, tuttavia permane il dilemma prettamente etico. Si tratta certamente di un fatto di coscienza. Com’è noto la tradizione islamica prevede anche delle eccezioni, donne incinta, anziani, ammalati, ma anche persone in viaggio. Quest’ultima opzione potrebbe fare al caso di Laazar. Ma possono convivere il calcio e il Ramadan? Gli studiosi si dividono. In passato a fare letteratura il caso Muntari, sostituito da Mourinho perché rendeva poco in campo nel periodo di osservanza della pratica religiosa. Per il noto nutrizionista Calabrese si tratterebbe di una questione di dieta, basterebbe cenare alle 20 e poi replicare all’una di notte, mettersi la sveglia prima dell’alba per assunzione liquidi e poi tornare a dormire fine alle 11 del mattino. Ciò significa però saltare sistematicamente la prima seduta di allenamenti. Intervistato qualche anno fa il docente Stefano Tirelli, Facoltà Scienze Motorie di Milano, si è mostrato invece pessimista: “Troppo squilibrio”.

Ma ci sono altre motivazioni che potrebbero far rilevare aspetti utili o positivi? Certamente sì. Quello del Ramadan è inteso come un tempo di purificazione, di allenamento alla disciplina e quindi al dominio di sé, infatti, durante questo periodo si richiede mansuetudine, l’adepto deve evitare l’ira. In questa linea va anche l’astensione dai rapporti carnali. Il fine è ancora quello di lasciar emergere l’amore per Dio. Questo si manifesterebbe anche nella solidarietà e attenzione verso i fratelli più bisognosi. Infatti il Ramadan è anche una festa per i poveri e per gli studenti. In questo periodo ognuno è invitato a provvedere a queste due categorie. Lo fanno gli alberghi che istituiscono banchetti gratis e anche persone possidenti che inviano aiuti economici per gli studenti poveri.

Non mancano dunque aspetti positivi. Va bene la disciplina, va bene anche il dominio di sé, che i latini chiamavano esercizio nel contenere il “campus sui” (il proprio campo). Ma anche fare un buon ritiro, è motivo di disciplina e produce un bene collettivo, per quella comunità che è la squadra. Il Card. Newman, prima anglicano e poi convertito al cattolicesimo, amava ripetere: “Brindo alla mia coscienza”. Rimandiamo a quest’ultima dunque, poiché è in essa che si discernono i valori e si scelgono i comportamenti. Ci sia consentita tuttavia un’ultima considerazione interreligiosa. Anche i cristiani, hanno il loro digiuno, ormai solo il mercoledì delle ceneri, che apre la Quaresima, e il venerdì santo. Questa prospettiva ha forse inteso che non è l’uomo che può fare qualcosa per Dio, attraverso un suo comportamento, ma è Dio che ha già fatto qualcosa per l’uomo. Bisogna solo accorgersene.