Un tempo per parlare e un tempo per tacere

08.03.2016 23:20 di Giovanni Chifari  articolo letto 583 volte
Un tempo per parlare e un tempo per tacere

“Sii pronto nell'ascoltare e lento nel dare una risposta.…Nel parlare ci può essere gloria o disonore: la lingua dell'uomo è la sua rovina” (Sir 5,11.13). Si tratta di un testo tratto dalla Bibbia, dal libro del Siracide. Il tema soggiacente a queste parole di eterna attualità è quello della prudenza. Una virtù che gli antichi definivano “auriga virtus”, cioè la prima e più importante della virtù. L’uomo prudente mostra tutta la sua saggezza quando il suo linguaggio è sobrio e moderato, e quando sa bene intercalare il tempo del silenzio con quello del parlare. Così anche Quoelet, un altro testo sapienziale della Bibbia, conosciuto per la capacità di alternare pessimismo ad un velato ottimismo: “C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere” (Qo 3,7). Ma perché e come mai tutta questa attenzione sulla parola? Sull’importanza di saper ascoltare ma non esser precipitosi nella risposta? Naturalmente perché i saggi sono consapevoli che “la lingua è la rovina dell’uomo”. Da questa infatti procedono tutti quei processi disunitivi e destabilizzanti che intaccano la comunione.  Una parola mal detta può innescare il fuoco della collera e non sempre si trova acqua per spegnerlo. La parola lanciata determina una ferita nell’altro. Strano che in un tempo di apparente debolezza della parola, oggi infatti è in crisi la capacità di ascolto, essa riesca ad esercitare un potere così pervasivo. La parola può essere balsamo e può anche ferire, può edificare e può distruggere, piantare e sradicare, per questo gli antichi le hanno sempre attribuito grande valore e chi impara a governarla è ritenuto saggio. Un proverbio africano racconta: “Dalla ferita esce sangue ma entra saggezza”.

In un altro testo sapienziale della Bibbia, questa volta nel libro dei Proverbi, si legge: “L’insolenza provoca litigi, ma la sapienza sta con chi accetta consigli” (Pr 13,10). La prospettiva di questi testi è fortemente antropologica, si parte dall’uomo per arrivare a Dio. Per questa ragione essi risultano molto utili per comprendere il mistero che abita nel cuore dell’uomo. Oggi una realtà resa ancor più difficile da interpretare a motivo della labile distinzione tra pubblico e privato, e allora la vita diviene un palcoscenico, annullando la sfera del silenzio. Accettare consigli è segno di prudenza, sintomo di saggezza. Ascoltare la voce della propria coscienza è altrettanto importante, perché il cuore è fedele all’uomo. Uomo che trova quali suoi requisiti che caratterizzano la sua identità quello della dignità. L’uomo è dignus. Le sue opere, il suo agire si consegna alla storia lasciandosi valutare a partire da un criterio che mai mente. Ancora una volta di matrice evangelica: un albero buono si riconosce dai suoi frutti.